Monday, 1 July 2019

The Pretty Things
TALKIN’ ABOUT THE GOOD TIMES
 
Sto ascoltando Walking down the street, uno dei loro brani meno conosciuti, cui segue I need somebody con i fiati che un pò disturbano: quella voce però é inconfondibile e fa la differenza; i due brani si trovano su “Electric Banana” ma sembrano outtakes di “Emotions” il terzo album dei favolosi Pretty Things, il meno amato dal gruppo proprio per l’aggiunta di fiati ed orchestrazione, decisione aliena alla banda. Stiamo parlando di uno dei capitoli meno noti e chiari nella storia di un gruppo che é sempre stato trattato come una band minore e troppo spesso liquidato come una copia dei Rolling Stones.
“Emotions” é anche stato il primo disco che trovai a metá anni 80, periodo in cui scoprivo il Garage americano ed i gruppi inglesi che lo ispiró e chi meglio dei Pretties,  autentici punks del panorama R&B britannico.

Avevo ascoltato molto poco di loro, erano altri tempi, peró ben presto arrivó una raccolta della Edsel all’aiuto, raccogliendo il meglio del primissimo periodo, carico di R&B selvaggio e di nuovo quella voce: Phil May sembrava un gatto selvatico!

1964-1967: THE BLUES AND RHYTHM AND BLUES YEARS

Le similitudini tra i Pretty Things e i Rolling Stones non sono solo invenzioni della stampa che li spacciavano come una versione più pericolosa degli Stones: il gruppo ha infatti le sue origini nella zona di Dartford, Kent a circa 25 km a sud-est di Londra, luogo di nascita di Phil May e Dick Taylor, che poi é come dire Mick and Keith, ambedue nati a Dartford! Come molti giovani inglesi dei primi anni 60 scoprono e si innamorano del blues e presto formeranno un loro proprio gruppo, il cui nome viene preso da una canzone di Bo Diddley, Pretty Thing. Non tarderá molto il contratto con l’etichetta Fontana, grazie a Jimmy Duncan, manager del gruppo ed autore del loro primo singolo Rosalyn, che non fu mai superato in intensitá: un attacco sonico che colpisce immediatamente, un brano frenetico, possiamo solo immaginare le facce sconvolte degli spettatori che videro nel 1964 quell’apparizione a Ready Steady Go!, purtroppo non sopravvissuta al tempo. I Rolling Stones con il loro aspetto trasandato in un’epoca dove l’uniforme era la regola giá avevano infastidito e scandalizzato: con i Pretty Things si passò davvero il segno; come era possibile che un gruppo di degenerati suonasse una musica cosí selvaggia sfidando occhi ed orecchie di tutta la gioventú e della popolazione in generale dell'amata Inghilterra? Piú sporchi degli Stones, Phil May con i capelli piú lunghi mai visti, Viv Prince un batterista scatenato il cui unico rivale era Keith Moon, o sarebbe meglio dire erede? Eh sí, perché quando Keith si fece conoscere il nostro Viv già ne aveva combinate delle belle, rimanendo a piedi in Nuova Zelanda nel 1965 dopo una lite con il comandante che ordinó che scendesse dall’aereo che riportava il gruppo a casa; era stato un tour talmente riuscito che valse ai Pretties il premio di divieto di ritorno in quel paese! Rosalyn fu un buon debutto, peró con il successivo Don’t Bring Me Down raggiunsero per la prima ed unica volta il n. 10 della Top Ten britannica nel 1964.

"The Pretty Things", il primo album omonimo uscito nel marzo 1965, debitore soprattutto al grande Bo Diddley (“We thank you Bo for the name...”) ma anche a Jimmy Reed e Chuck Berry, contiene dei brani blues di grandissimo calibro (non avevano rivali in tal senso) ed un paio di originali nella stessa vena. Si racconta che quando il boss della Fontana si presentó durante le registrazioni, se ne andó dopo mezz’ora lamentandosi che non sarebbe rimasto lí con quel gruppo di animali! Varie le apparizioni televisive in Europa, fortunatamente arrivate fino a noi grazie a Youtube. Incredibile per esempio l’apporto degli archivi televisivi Francesi che ci hanno regalato innumerevoli filmati storici di vari artisti dell’epoca. In Olanda partecipano al Blokker Festival  dove i fans impazziscono per il gruppo; assolutamente imperdibili i relativi filmati, fedeli testimoni dell’energia del gruppo nella sua formazione originale.
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Anche negli Stati Uniti grazie al celebre programma Shindig! i Pretty Things fanno conoscere ai giovani americani il loro blues e rhythm & blues bastardizzati, con Big city ed il successivo 45, Honey I need (incluso nel 1° LP), che uscito all’inizio del 1965 consolida la reputazione del gruppo, nonostante non riesca ad entrare nella Top Ten per poco. Nel dicembre del 1965 pubblicano lo stupendo secondo album Get The Picture?”. Viv Prince é presente solo in parte e salvo qualche avventura musicale posteriore di lui non si saprá quasi piú niente. You don’t believe me apre il disco, un brano meraviglioso che mostra i Pretties in una nuova luce, il momento in cui forse si avvicinano di piú al folk-rock ed al jingle-jangle sound dei Byrds; il pezzo porta anche la firma di un noto session man, un certo Jimmy Page,  che vi suona la chitarra ritmica; poi ci sono Twink alla batteria e John 'Freddy' Gandy al basso, ambedue membri dei Fairies.

In questo secondo album c’é molta piú varietà musicale, compresa un’apertura al soul con covers di Cry To Me e I had a dream, ed una strizzata d’occhio al folk-rock con London Town. Ovviamente non mancano pezzi nel vecchio stile Pretty Things come Buzz the Jerk o la stessa Get the Picture?. Alla batteria a partire da questo momento siede Skip Alan che si dimostra un vero Pretty, inquieto al pari il suo predecessore, come dimostra un filmato del 1967 in cui il gruppo esegue Children e la inedita Reincarnation. Questa formazione, che oltre al giá citato Phil May alla voce e Skip comprende gli enigmatici John Stax al basso, Brian Pendleton alla ritmica ed il fondamentale Dick Taylor alla solista (bassista negli Stones embrionali!) avanza poderosamente senza freni, regalandoci tra la fine del ‘65 e l’inizio del ’66 singoli esplosivi come Midnight to Six Man, Come See Me ed un paio di EPs tra cui "On Film" che presenta sonoritá e temi che anticipano la psichedelia con Can’t stand the Pain e Lsd  (quest’ultima si suppone basata sul sistema monetario inglese pre-decimale, composta e giá registrata dai Manfred Mann).

Dopo un 1965 caratterizzato da vicende varie (anche scandali) oltre che da registrazioni e dischi, un 1966 foriero di cambiamenti importanti ma in realtá deludente musicalmente: terminerà con all'attivo solo qualche singolo tra i quali una cover dei Kinks, A house in the country e con Progress che anticipa le sonoritá di "Emotions". Del 1966 sono varie apparizioni televisive tra le quali una alla tv svedese Popside. Sarebbe giustificato pensare ad un gruppo al punto di implodere; di lí a poco Stax e Pendleton se ne andranno e si chiude un ciclo. Arrivano Jon Povey e Wally Waller ex Fenmen, dalla destrezza vocale invidiabile: essa si aggiungerá al suono dei nuovi Pretty Things cosí come la loro abilitá compositiva e musicale, essendo entrambi infatti in grado di suonare differenti strumenti. Jon passerá da batterista dei Fenmen soprattutto a tastierista e Wally, amico d’infanzia di Phil May, imbraccerà per la prima volta in vita sua il basso. Per prendere atto dei risultati positivi di tutti questi cambiamenti dovremmo aspettare ancora un pó: intanto all’inizio del 1967 esce “Emotions”, senz’altro un album di transizione, non privo di brani molto belli come Growing in my mind e The Sun, nei quali l’orchestrazione anche se imposta produce buoni risultati. Nello stesso periodo iniziano a registrare brani per la libreria musicale De Wolfe, non tanto destinati al mercato discografico quanto ad essere usati in colonne sonore, programmi radio o televisivi. Verranno poi ri-pubblicati a dieci anni di distanza: i tre dischi originali erano “Electric Banana”, “More Electric Banana” e “Even More Electric Banana”; ripubblicati qualche anno fa in raccolte dedicate a quel periodo come “The Electric Banana Blows your mind”. Sono di quest’epoca alcuni dei migliori pezzi mai scritti dai nostri eroi, soprattutto intorno al 1968-69 (Alexander, It’ll never be me, Eagle’s Son, Blow your Mind) e grazie alla loro apparizione nel film “What’s good for the goose” li possiamo ammirare in gloriosi colori psichedelici!


1968-1971: THE PSYCHEDELIC YEARS



Ma torniamo indietro un attimo alla discografia ufficiale. Per quanto grande il gruppo degli esordi, l’apice si raggiunse quando liberatisi dell’etichetta Fontana, i nuovi Pretties ricaricati e pieni d’energie si tuffarono completamente nell’oceano psichedelico, lasciandosi trasportare e cavalcando con sicurezza le onde lisergiche. Lo dimostrano con lo stupefacente brano e singolo Defecting Grey, uscito per la EMI Columbia. Dopo una versione demo di circa 8 minuti si arriva ad accorciarlo e si pubblica infine con una durata di 4:30 minuti, nonostante la pressione della casa discografica di non andare oltre i tipici 3 minuti di un singolo. In questa giostra psichedelica si alternano momenti tranquilli ad improvvise esplosioni di fuzz, con una strumentazione ampliata a mellotron e sitar: il tutto deve aver stordito non pochi all’epoca. Il retro Mr Evasion conferma l’ottimo momento del gruppo. Di questo periodo di rinascimento é la stupenda e inedita Turn my head, giuntaci grazie a sessions registrate per programmi radio della BBC. Si apre il 1968 con il magnifico singolo Talkin' about the good times/Walking thru my dreams un vero e proprio gioiello della corona Psichedelica inglese.


S.F. SORROW


Dopo vari mesi,finalmente nel 1968 esce il capolavoro “S.F. Sorrow”: Importa poco che questo disco sia in realtá la prima opera-Rock, divorato da Pete Townsend e fonte d’ispirazione per il piú celebre “Tommy”. Per seguire la narrazione e rendersi meglio conto della storia di Sebastian F. Sorrow, all’interno della copertina apribile disegnata da Phil May si trovano i testi delle canzoni unite da una trama che lega un brano all’altro. Il gruppo arrivó con quest’album a vette mai piú raggiunte ed oggi é giustamente e finalmente considerato alla pari di dischi come “Sgt.Pepper” e “The Piper At The Gates Of Dawn”. Fondamentale sará Norman Smith produttore residente degli studi Abbey Road, famoso per aver lavorato con i primissimi Pink Floyd e considerato come un’altro Pretty Thing dalla stessa banda che ne riconosce la volontá ed abilitá di sviluppare e scoprire nuove sonoritá. Molti sono i brani da estrapolare ma davvero é uno di quei dischi da ascoltare tutto di un fiato! Tra i migliori episodi The Journey/I see you/Well of Destiny. Durante le registrazioni Skip se ne va e subentra Twink dei leggendari Tomorrow e ancor prima dei Fairies, che registrarono una manciata di singoli tra i quali Get Yourself Home, inciso anche dai Pretties come possibile seguito di Don’t bring me down, ma poi scartato per essere troppo simile. Le connessioni con i Pretty Things sembrerebbero forti, peró in realtá la relazione dura poco. Twink é comunque un personaggio, come dimostra Private Sorrow dove lo possiamo ammirare in una apparizione alla tv francese come mimo, avendo introdotto la parte teatrale del suo show giá collaudata con i Tomorrow. Seguono le apparizioni in diverse parti d’Europa, con buona accoglienza in cittá come Parigi e Amsterdam. Ricorda Phil May come a Roma, nel Piper, il pubblico rimase stupefatto, a bocca aperta ancor prima che una sola nota fosse suonata. Per fortuna nel corso del concerto i Pretty Things riuscirono a vincere l’incredulitá della gente. Possiamo goderci Death e Baron Saturday, ambedue da "S.F. Sorrow", cosí come le videro i telespettatori in Francia all’epoca. The Pretty Things riproporranno S.F.Sorrow molti anni dopo, nel 1998, dal vivo agli Abbey Road Studios di Londra: nel CD che ne esce, "Resurrection" (1999) appaiono anche nel ruolo di narratore il vecchio Arthur Brown, uno dei deus ex-machina dell'underground britannico dei sixties, ed il chitarrista David Gilmour in cinque brani. Il tutto infine sarà immortalato e visibile in un DVD uscito nel 2003 per la Recall (UK) /Snapper, "S.F. Sorrow Live at Abbey Road".  Rimanendo in tema di DVD segnaliamo il sontuoso doppio "40th Anniversary: Live in Brighton" (2006, Snapper) che vede la band impegnata nei suoi brani più significativi incisi nell'arco di quattro decadi.

PARACHUTE


Un pó come per il 1966, il 1969 non ci regala molto ed il gruppo soffre il ricambio piú grande avvenuto fino ad allora: Dick Taylor abbandona e da lí a poco produrrá il debutto degli Hawkwind nel 1970. Una perdita importante che si nota immediatamente nel suono di “Parachute”, l’ultimo grande disco del gruppo. Votato disco dell’anno dalla rivista Rolling Stone, "Parachute" va al passo con i tempi ed alla psichedelia subentra l’hard-rock, ed anche qui il gruppo eccelle. Proveniente dalla Edgar Broughton Band, alla chitarra solista si sistema Victor Unitt che durerá giusto il tempo di registrare l’album, mentre si registra il ritorno alla batteria di Skip Alan. Tra i brani piú duri Cries from the Midnight Circus e Sickle Clowns. C’é anche abbondante spazio per momenti piú delicati come She’s a Lover (la mia favorita) e Grass. L’album é stupendo, in alcuni momenti ricorda anche i Beatles di “Abbey Road” (In the Square). Di questo periodo sono anche alcune ottime canzoni mai pubblicate come Send my loving e Spring ora fortunatamente disponibili nell'ottimo doppio cd “The BBC Sessions". Seguiranno un paio di buoni singoli usciti nel 1971 con Pete Tolson invece di Victor Unitt, come October 26/Cold Stone e Stone Hearted Mama, con i quali si conclude il miglior momento dei Pretty Things che attraverso fasi diverse continueranno a suonare ed incidere sino ai giorni nostri. Tutti gli album citati sono disponibili in CD ad ottimi prezzi con brani extra, includendo vari singoli e brani usciti in origine solo su EPs, piú qualche sorpresa.


Questo articolo era la prima parte di una retrospettiva scritta " a tre mani" ed é stato pubblicato originalmente nel sito Distorsioni il 9 giugno 2013.

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