Monday, 1 July 2019

The Pretty Things
TALKIN’ ABOUT THE GOOD TIMES
 
Sto ascoltando Walking down the street, uno dei loro brani meno conosciuti, cui segue I need somebody con i fiati che un pò disturbano: quella voce però é inconfondibile e fa la differenza; i due brani si trovano su “Electric Banana” ma sembrano outtakes di “Emotions” il terzo album dei favolosi Pretty Things, il meno amato dal gruppo proprio per l’aggiunta di fiati ed orchestrazione, decisione aliena alla banda. Stiamo parlando di uno dei capitoli meno noti e chiari nella storia di un gruppo che é sempre stato trattato come una band minore e troppo spesso liquidato come una copia dei Rolling Stones.
“Emotions” é anche stato il primo disco che trovai a metá anni 80, periodo in cui scoprivo il Garage americano ed i gruppi inglesi che lo ispiró e chi meglio dei Pretties,  autentici punks del panorama R&B britannico.

Avevo ascoltato molto poco di loro, erano altri tempi, peró ben presto arrivó una raccolta della Edsel all’aiuto, raccogliendo il meglio del primissimo periodo, carico di R&B selvaggio e di nuovo quella voce: Phil May sembrava un gatto selvatico!

1964-1967: THE BLUES AND RHYTHM AND BLUES YEARS

Le similitudini tra i Pretty Things e i Rolling Stones non sono solo invenzioni della stampa che li spacciavano come una versione più pericolosa degli Stones: il gruppo ha infatti le sue origini nella zona di Dartford, Kent a circa 25 km a sud-est di Londra, luogo di nascita di Phil May e Dick Taylor, che poi é come dire Mick and Keith, ambedue nati a Dartford! Come molti giovani inglesi dei primi anni 60 scoprono e si innamorano del blues e presto formeranno un loro proprio gruppo, il cui nome viene preso da una canzone di Bo Diddley, Pretty Thing. Non tarderá molto il contratto con l’etichetta Fontana, grazie a Jimmy Duncan, manager del gruppo ed autore del loro primo singolo Rosalyn, che non fu mai superato in intensitá: un attacco sonico che colpisce immediatamente, un brano frenetico, possiamo solo immaginare le facce sconvolte degli spettatori che videro nel 1964 quell’apparizione a Ready Steady Go!, purtroppo non sopravvissuta al tempo. I Rolling Stones con il loro aspetto trasandato in un’epoca dove l’uniforme era la regola giá avevano infastidito e scandalizzato: con i Pretty Things si passò davvero il segno; come era possibile che un gruppo di degenerati suonasse una musica cosí selvaggia sfidando occhi ed orecchie di tutta la gioventú e della popolazione in generale dell'amata Inghilterra? Piú sporchi degli Stones, Phil May con i capelli piú lunghi mai visti, Viv Prince un batterista scatenato il cui unico rivale era Keith Moon, o sarebbe meglio dire erede? Eh sí, perché quando Keith si fece conoscere il nostro Viv già ne aveva combinate delle belle, rimanendo a piedi in Nuova Zelanda nel 1965 dopo una lite con il comandante che ordinó che scendesse dall’aereo che riportava il gruppo a casa; era stato un tour talmente riuscito che valse ai Pretties il premio di divieto di ritorno in quel paese! Rosalyn fu un buon debutto, peró con il successivo Don’t Bring Me Down raggiunsero per la prima ed unica volta il n. 10 della Top Ten britannica nel 1964.

"The Pretty Things", il primo album omonimo uscito nel marzo 1965, debitore soprattutto al grande Bo Diddley (“We thank you Bo for the name...”) ma anche a Jimmy Reed e Chuck Berry, contiene dei brani blues di grandissimo calibro (non avevano rivali in tal senso) ed un paio di originali nella stessa vena. Si racconta che quando il boss della Fontana si presentó durante le registrazioni, se ne andó dopo mezz’ora lamentandosi che non sarebbe rimasto lí con quel gruppo di animali! Varie le apparizioni televisive in Europa, fortunatamente arrivate fino a noi grazie a Youtube. Incredibile per esempio l’apporto degli archivi televisivi Francesi che ci hanno regalato innumerevoli filmati storici di vari artisti dell’epoca. In Olanda partecipano al Blokker Festival  dove i fans impazziscono per il gruppo; assolutamente imperdibili i relativi filmati, fedeli testimoni dell’energia del gruppo nella sua formazione originale.
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Anche negli Stati Uniti grazie al celebre programma Shindig! i Pretty Things fanno conoscere ai giovani americani il loro blues e rhythm & blues bastardizzati, con Big city ed il successivo 45, Honey I need (incluso nel 1° LP), che uscito all’inizio del 1965 consolida la reputazione del gruppo, nonostante non riesca ad entrare nella Top Ten per poco. Nel dicembre del 1965 pubblicano lo stupendo secondo album Get The Picture?”. Viv Prince é presente solo in parte e salvo qualche avventura musicale posteriore di lui non si saprá quasi piú niente. You don’t believe me apre il disco, un brano meraviglioso che mostra i Pretties in una nuova luce, il momento in cui forse si avvicinano di piú al folk-rock ed al jingle-jangle sound dei Byrds; il pezzo porta anche la firma di un noto session man, un certo Jimmy Page,  che vi suona la chitarra ritmica; poi ci sono Twink alla batteria e John 'Freddy' Gandy al basso, ambedue membri dei Fairies.

In questo secondo album c’é molta piú varietà musicale, compresa un’apertura al soul con covers di Cry To Me e I had a dream, ed una strizzata d’occhio al folk-rock con London Town. Ovviamente non mancano pezzi nel vecchio stile Pretty Things come Buzz the Jerk o la stessa Get the Picture?. Alla batteria a partire da questo momento siede Skip Alan che si dimostra un vero Pretty, inquieto al pari il suo predecessore, come dimostra un filmato del 1967 in cui il gruppo esegue Children e la inedita Reincarnation. Questa formazione, che oltre al giá citato Phil May alla voce e Skip comprende gli enigmatici John Stax al basso, Brian Pendleton alla ritmica ed il fondamentale Dick Taylor alla solista (bassista negli Stones embrionali!) avanza poderosamente senza freni, regalandoci tra la fine del ‘65 e l’inizio del ’66 singoli esplosivi come Midnight to Six Man, Come See Me ed un paio di EPs tra cui "On Film" che presenta sonoritá e temi che anticipano la psichedelia con Can’t stand the Pain e Lsd  (quest’ultima si suppone basata sul sistema monetario inglese pre-decimale, composta e giá registrata dai Manfred Mann).

Dopo un 1965 caratterizzato da vicende varie (anche scandali) oltre che da registrazioni e dischi, un 1966 foriero di cambiamenti importanti ma in realtá deludente musicalmente: terminerà con all'attivo solo qualche singolo tra i quali una cover dei Kinks, A house in the country e con Progress che anticipa le sonoritá di "Emotions". Del 1966 sono varie apparizioni televisive tra le quali una alla tv svedese Popside. Sarebbe giustificato pensare ad un gruppo al punto di implodere; di lí a poco Stax e Pendleton se ne andranno e si chiude un ciclo. Arrivano Jon Povey e Wally Waller ex Fenmen, dalla destrezza vocale invidiabile: essa si aggiungerá al suono dei nuovi Pretty Things cosí come la loro abilitá compositiva e musicale, essendo entrambi infatti in grado di suonare differenti strumenti. Jon passerá da batterista dei Fenmen soprattutto a tastierista e Wally, amico d’infanzia di Phil May, imbraccerà per la prima volta in vita sua il basso. Per prendere atto dei risultati positivi di tutti questi cambiamenti dovremmo aspettare ancora un pó: intanto all’inizio del 1967 esce “Emotions”, senz’altro un album di transizione, non privo di brani molto belli come Growing in my mind e The Sun, nei quali l’orchestrazione anche se imposta produce buoni risultati. Nello stesso periodo iniziano a registrare brani per la libreria musicale De Wolfe, non tanto destinati al mercato discografico quanto ad essere usati in colonne sonore, programmi radio o televisivi. Verranno poi ri-pubblicati a dieci anni di distanza: i tre dischi originali erano “Electric Banana”, “More Electric Banana” e “Even More Electric Banana”; ripubblicati qualche anno fa in raccolte dedicate a quel periodo come “The Electric Banana Blows your mind”. Sono di quest’epoca alcuni dei migliori pezzi mai scritti dai nostri eroi, soprattutto intorno al 1968-69 (Alexander, It’ll never be me, Eagle’s Son, Blow your Mind) e grazie alla loro apparizione nel film “What’s good for the goose” li possiamo ammirare in gloriosi colori psichedelici!


1968-1971: THE PSYCHEDELIC YEARS



Ma torniamo indietro un attimo alla discografia ufficiale. Per quanto grande il gruppo degli esordi, l’apice si raggiunse quando liberatisi dell’etichetta Fontana, i nuovi Pretties ricaricati e pieni d’energie si tuffarono completamente nell’oceano psichedelico, lasciandosi trasportare e cavalcando con sicurezza le onde lisergiche. Lo dimostrano con lo stupefacente brano e singolo Defecting Grey, uscito per la EMI Columbia. Dopo una versione demo di circa 8 minuti si arriva ad accorciarlo e si pubblica infine con una durata di 4:30 minuti, nonostante la pressione della casa discografica di non andare oltre i tipici 3 minuti di un singolo. In questa giostra psichedelica si alternano momenti tranquilli ad improvvise esplosioni di fuzz, con una strumentazione ampliata a mellotron e sitar: il tutto deve aver stordito non pochi all’epoca. Il retro Mr Evasion conferma l’ottimo momento del gruppo. Di questo periodo di rinascimento é la stupenda e inedita Turn my head, giuntaci grazie a sessions registrate per programmi radio della BBC. Si apre il 1968 con il magnifico singolo Talkin' about the good times/Walking thru my dreams un vero e proprio gioiello della corona Psichedelica inglese.


S.F. SORROW


Dopo vari mesi,finalmente nel 1968 esce il capolavoro “S.F. Sorrow”: Importa poco che questo disco sia in realtá la prima opera-Rock, divorato da Pete Townsend e fonte d’ispirazione per il piú celebre “Tommy”. Per seguire la narrazione e rendersi meglio conto della storia di Sebastian F. Sorrow, all’interno della copertina apribile disegnata da Phil May si trovano i testi delle canzoni unite da una trama che lega un brano all’altro. Il gruppo arrivó con quest’album a vette mai piú raggiunte ed oggi é giustamente e finalmente considerato alla pari di dischi come “Sgt.Pepper” e “The Piper At The Gates Of Dawn”. Fondamentale sará Norman Smith produttore residente degli studi Abbey Road, famoso per aver lavorato con i primissimi Pink Floyd e considerato come un’altro Pretty Thing dalla stessa banda che ne riconosce la volontá ed abilitá di sviluppare e scoprire nuove sonoritá. Molti sono i brani da estrapolare ma davvero é uno di quei dischi da ascoltare tutto di un fiato! Tra i migliori episodi The Journey/I see you/Well of Destiny. Durante le registrazioni Skip se ne va e subentra Twink dei leggendari Tomorrow e ancor prima dei Fairies, che registrarono una manciata di singoli tra i quali Get Yourself Home, inciso anche dai Pretties come possibile seguito di Don’t bring me down, ma poi scartato per essere troppo simile. Le connessioni con i Pretty Things sembrerebbero forti, peró in realtá la relazione dura poco. Twink é comunque un personaggio, come dimostra Private Sorrow dove lo possiamo ammirare in una apparizione alla tv francese come mimo, avendo introdotto la parte teatrale del suo show giá collaudata con i Tomorrow. Seguono le apparizioni in diverse parti d’Europa, con buona accoglienza in cittá come Parigi e Amsterdam. Ricorda Phil May come a Roma, nel Piper, il pubblico rimase stupefatto, a bocca aperta ancor prima che una sola nota fosse suonata. Per fortuna nel corso del concerto i Pretty Things riuscirono a vincere l’incredulitá della gente. Possiamo goderci Death e Baron Saturday, ambedue da "S.F. Sorrow", cosí come le videro i telespettatori in Francia all’epoca. The Pretty Things riproporranno S.F.Sorrow molti anni dopo, nel 1998, dal vivo agli Abbey Road Studios di Londra: nel CD che ne esce, "Resurrection" (1999) appaiono anche nel ruolo di narratore il vecchio Arthur Brown, uno dei deus ex-machina dell'underground britannico dei sixties, ed il chitarrista David Gilmour in cinque brani. Il tutto infine sarà immortalato e visibile in un DVD uscito nel 2003 per la Recall (UK) /Snapper, "S.F. Sorrow Live at Abbey Road".  Rimanendo in tema di DVD segnaliamo il sontuoso doppio "40th Anniversary: Live in Brighton" (2006, Snapper) che vede la band impegnata nei suoi brani più significativi incisi nell'arco di quattro decadi.

PARACHUTE


Un pó come per il 1966, il 1969 non ci regala molto ed il gruppo soffre il ricambio piú grande avvenuto fino ad allora: Dick Taylor abbandona e da lí a poco produrrá il debutto degli Hawkwind nel 1970. Una perdita importante che si nota immediatamente nel suono di “Parachute”, l’ultimo grande disco del gruppo. Votato disco dell’anno dalla rivista Rolling Stone, "Parachute" va al passo con i tempi ed alla psichedelia subentra l’hard-rock, ed anche qui il gruppo eccelle. Proveniente dalla Edgar Broughton Band, alla chitarra solista si sistema Victor Unitt che durerá giusto il tempo di registrare l’album, mentre si registra il ritorno alla batteria di Skip Alan. Tra i brani piú duri Cries from the Midnight Circus e Sickle Clowns. C’é anche abbondante spazio per momenti piú delicati come She’s a Lover (la mia favorita) e Grass. L’album é stupendo, in alcuni momenti ricorda anche i Beatles di “Abbey Road” (In the Square). Di questo periodo sono anche alcune ottime canzoni mai pubblicate come Send my loving e Spring ora fortunatamente disponibili nell'ottimo doppio cd “The BBC Sessions". Seguiranno un paio di buoni singoli usciti nel 1971 con Pete Tolson invece di Victor Unitt, come October 26/Cold Stone e Stone Hearted Mama, con i quali si conclude il miglior momento dei Pretty Things che attraverso fasi diverse continueranno a suonare ed incidere sino ai giorni nostri. Tutti gli album citati sono disponibili in CD ad ottimi prezzi con brani extra, includendo vari singoli e brani usciti in origine solo su EPs, piú qualche sorpresa.


Questo articolo era la prima parte di una retrospettiva scritta " a tre mani" ed é stato pubblicato originalmente nel sito Distorsioni il 9 giugno 2013.
The Hollies
1963 -1968: Clarke, Hicks & Nash Years

THE HOLLIES e la BRITISH INVASION
 
“Why do they want us to walk when we can fly” (“Perché vogliono che camminiamo quando possiamo volare?”). Una frase perfetta per gli Hollies circa 1967, che ci serve sia come introduzione che per descrivere i loro dischi di quel periodo, ed allo stesso modo per immaginarsi di come si sentisse Graham Nash all’apice della sua creativitá come parte del gruppo che aveva fondato 5 anni prima. Gruppo storico della British Invasion, gli Hollies si formarono a Manchester nel 1962 ed in realtá non si sono mai sciolti, rimanendo in attività sino ai giorni nostri, sebbene con solo due membri del gruppo originale. Graham Nash ed Allan Clarke sono amici d’infanzia: dopo i primissimi passi come Hollies, giá nel 1963 incorporeranno giusto in tempo per le prime registrazioni Tony Hicks, chitarra e voce, parte fondamentale della banda. In questo articolo vorremmo soffermarci e ricordare un periodo splendido ma quasi dimenticato che sembra perdersi tra i primissimi hits ed i successi dei primi anni 70. British Invasion? Un termine tutto americano che si é mantenuto e in realtá ci sta tutto considerando la vera e propria invasione di gruppi britannici che sbarcarono in USA ma anche in Europa. Impossibile non citare Beatles, Rolling Stones, Kinks, Yardbirds o Animals. Altri non durarono molto, alcuni proprio non arrivarono da nessuna parte. Le mod-bands per eccellenza Small Faces e Who hanno sempre avuto un seguito enorme e le loro credenziali non si discutono! Altri come i Downliners Sect ed i Pretty Things che non riscontrarono mai grandi successi di vendita all’epoca e tanto meno nel nostro paese, sono cresciuti incredibilmente dagli anni 80 ad oggi e la loro influenza su successive generazioni é giustamente riconosciuta.  

I grandi 45 giri degli HOLLIES
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Per gli Hollies invece é il contrario: ebbero un enorme successo, una sfilza di singoli in cima alle classifiche di vari paesi come pochi altri, peró pare che quando ci si ricordi di loro sia solo per una manciata di canzoni. La loro immagine pulita magari ha funzionato da ostacolo allora come oggi, per chi ha preferito non approfondire l’ascolto dei loro dischi ed era in cerca dei prossimi bad boys di turno. Certo, i loro successi spesso e volentieri andavano a braccetto con quella immagine da bravi ragazzi,  un po’ come succedeva coi primi Beatles, probabilmente il gruppo a cui assomigliano di piú: canzoni allegre, spensierate, musica leggera direbbe qualcuno. In fondo le ispirazioni erano le stesse, Everly Brothers, Buddy Holly, Chuck Berry, Motown: ma il valore aggiunto degli Hollies erano le straordinarie doti vocali, soprattutto di Allan Clarke e Graham Nash,  che si davano il cambio come lead singer e che arricchivano i loro brani rendendoli inconfondibili, specialmente grazie al falsetto di Graham Nash. Da questo punto di vista non erano sicuramente secondi a nessuno: le loro armonie e cattedrali vocali erano di una purezza e perfezione superiori anche a quelle dei Beatles! Tra l’altro erano piú che capaci di ricreare il tutto dal vivo, come dimostrano le varie apparizioni televisive di quegli anni. Allan Clarke colpiva forse di più l'ascoltatore con i suoi moduli vocali limpidi come acqua sorgiva, che s'imponevano naturalmente; Graham Nash faceva invece breccia nel cuore dei fans grazie ad uno stile vocale più intimistico e nostalgico, decisamente più intrigante di quello di Clarke. La fusione delle loro corde vocali era quanto di più affascinante la scena beat inglese potesse offrire in quegli anni. Il periodo migliore e piú creativo della band é quello compreso tra il 1965 e 1968. Del 1965 sono ad esempio I’m alive, il loro primo no.1 in UK (Grazie a te nella versione dei Rokes) e Look through any window, che strizza gli occhi ai Byrds, il cui autore era un giovanissimo Graham Gouldman che a 16 anni stava regalando canzoni come For Your Love e Evil Hearted you agli Yardbirds  e No Milk Today agli Herman's Hermits: sarà anche l’autore di un altro dei brani migliori degli Hollies, Bus Stop. Uscita nell’estate del 1966 Bus Stop dará loro il primo vero successo in USA, conquistando il n.5 nella classifica di Billboard dove fino a quel momento non erano riusciti a sfondare come molti altri gruppi inglesi. Anche il primo stupendo singolo del 1966 che precedette Bus Stop, I Can’t Let Go, un successone in UK, nell’americana Billboard Hot 100 si piazzò solo al n.42. Saranno vari i singoli che si succederanno nei primi posti delle classifiche in UK, USA ed Europa, in particolare in Scandinavia; gli album però non sempre riscontrarono grandi vendite e chissá sia questa in parte la ragione per la quale siano stati ignorati sino ai nostri giorni, ragione in più per riscoprirli, ed oggetto principale di questo articolo.
 
"FOR CERTAIN BECAUSE ..." (1966): Winds of change
Il 1966 é un anno favoloso per il gruppo e prova di questo enorme momento creativo é il loro primo album composto interamente da brani originali, tutti accreditati al trio Clarke, Hicks e Nash; si tratta di “For Certain Because” che uscirá a Dicembre ed il primo ad includere il nuovo bassista Bernie Calvert. La mia impressione é che sia tra i loro album meno noti, nonostante si possa considerare una specie di “Rubber Soul/Revolver” degli Hollies, senza che ci siano però ancora le esplorazioni psichedeliche che da lí a poco appariranno sui piú conosciuti - ma non troppo - "Evolution" e "Butterfly", comunque decisamente una svolta per il gruppo ed un grande passo avanti. Per la cronaca é l’unico album del gruppo che resterá completamente intatto anche nella versione USA, seppure con altra copertina e portando il titolo del loro ultimo 45 del 1966, Stop! Stop! Stop! (numero 2 in UK e 7 in USA). 
Non soffrirá come era pratica comune all’epoca, l’inserzione di alcuni pezzi a scapito d’altri, cosa che continuó con gli album successivi ad esempio.L’album precedente,“Would you believe”, uscito sei mesi prima nell’estate dello stesso anno, pur contenendo qualche ottimo pezzo originale (Oriental Sadness, I've Got a Way of My Own, Fifi the Flea),  era fatto principalmente di cover ed alcune come Sweet Little Sixteen di Chuck Berry in qualche modo sortivano un effetto retrò. La stessa cosa successa quasi integralmente con il primissimo album “Stay with the Holles” (1964, 12 cover su 14 songs), ed in parte con i due seguenti, “In the Hollies Style“ (1964)  e “The Hollies” (1965). “For Certain Because” invece pur non essendo un concept album é uno di quei dischi da sentire dall’inizio alla fine cosí come fu concepito, e non si puó dire che nessun pezzo sia in piú o serva solo per ‘riempire’ l’album. Giá dalla copertina si avverte che ora gli Hollies hanno intenzioni serie. Gli ultimi due album non brillavano esattamente dal punto di vista grafico, qui pare esserci piú preoccupazione anche per quell’aspetto. Mike Vickers, polistrumentista con Manfred Mann collabora a "For Certain Because" preoccupandosi degli arrangiamenti orchestrali di tre pezzi: Crusader in particolare non lascia dubbi che si tratti di un disco differente. Un album che pur riconoscendosi immediatamente come un disco degli Hollies, introduce nuove sonoritá e nuovi strumenti: come il banjo che era giá apparso sul 45 Stop! Stop! Stop! che si ascolta fin dal brano d’apertura What’s wrong with the way I live. Iniziano ad apparire composizioni come Clown che si distaccano dalle tipiche tematiche del gruppo come giá si era notato in Fifi the flea di qualche mese prima, anticipando quello che verrá nei prossimi mesi. 
É un periodo di cambiamenti profondi durante il quale Nash fará di tutto per mettere il gruppo su strade nuove, “Winds of Change” direbbe Eric Burdon, che si fecero sentire ed aprirono le frontiere musicali - e non solo - di varie persone. Graham Nash sará il piú interessato da questi cambiamenti, tuffandosi senza esitazioni nella nuova ondata psichedelica: l’unico del gruppo che aveva l’interesse, disposizione e curiositá di sperimentare in tutti i sensi con la nuova ‘cultura’. Da un lato come frutto di questo nuovo coinvolgimento di Nash, nasceranno alcuni dei brani migliori del gruppo peró alla fine sará il motivo per cercare nuovi orizzonti. Il 1967 si apre con un nuovo 45, On a carousel il cui lato B, All the world is love, anticipa di almeno 5 mesi il piú celebre brano dei Beatles dal titolo simile, coincidenza?

Il pop psichedelico di "EVOLUTION" (1967)
Durante quei primi mesi verrá registrato ad Abbey Road il nuovo album, “Evolution “, pubblicato poi in giugno come “Sgt Pepper”! Giá il titolo e la copertina di annunciano un carattere piú psichedelico anche se ovviamente si tratta pur sempre degli Hollies e quindi è sempre ben presente una certa vena pop: peró giá dal brano d’apertura, Then the heartaches begin, il clima é decisamente piú in tono con quello che accadeva musicalmente in quel determinato periodo, la chitarra di Tony Hicks non aveva mai suonato cosí fino ad allora! Un album notevole con composizioni dalle atmosfere a tratti orientaleggianti come in Stop Right There ed altri piú grintosi come Leave me. When your light’s turned on e Have you ever loved somebody sono inconfondibilmente Hollies giá dal primissimo ascolto, ma mostrano una sicurezza ed una grinta fino ad allora quasi sconosciuta. Non mancano brani che possiamo descrivere soltanto come tipicamente inglesi, e tipicamente 1967, vedi Ye Olde Toffee Shoppe come é presumibile dal solo titolo. Un disco che non lascerá delusi i fans dei Beatles o Kinks di questo periodo o di gruppi ‘minori’ quali Mirage, Turquoise o 23rd Turnoff. Di questo periodo sono anche un paio di 45 usciti solamente per il mercato italiano. We're Alive e Kill Me Quick ricordano piú gli Hollies di un anno prima ma non sono per niente male,  meno che Non prego per me che coincise con la loro apparizione a San Remo. Si fa fatica a credere che proprio nel loro momento migliore potessero registrare qualcosa del genere. Il punto piú basso della loro discografia, stesso discorso vale per gli Yardbirds di Questa volta che fecero ancora peggio! Il mese prima della pubblicazione di "Evolution" uscirá Carrie Anne, ispirato niente meno che dalla bellezza di Marianne Faifthfull che tanto aveva colpito Graham Nash, Allan Clarke ma non solo! Si tratta di un altro 45 molto commerciale, tra i piú ricordati ed incluso solo nella versione USA dell’album. Signs that will never change é un altro dei tanti gioiellini nascosti sul retro dei loro singoli. Nessun brano verrá scelto da "Evolution" come singolo, almeno non per il mercato inglese a cui si fa principale riferimento in questo articolo, peró in settembre uscirá uno dei loro brani migliori, King Midas in Reverse, altra composizione di Nash che nonostante buona critica non sortirà le vendite a cui erano abituati. Mentre i tre singoli anteriori erano rimasti ai primissimi posti, King Midas in Reverse ce la fa appena ad entrare nella top 20. 
Un vero e proprio colpo per gli Hollies e Nash in particolare. Il loro produttore Ron Richards, una specie di figura paterna holliescarrieanneper il gruppo, il loro George Martin,  li aveva avvisati, ma la prima volta fu ignorato. Allan Clarke e soci non ci pensarono due volte. Il  45 giri seguente, del marzo 1968, sará tra i piú apertamente commerciali e diciamolo pure, con un testo banale, peró Jennifer Eccles raggiunse l’obbiettivo fissato dal gruppo spingendosi ben piú in alto in classifica, arrivando al numero due! Molto meglio il retro Open up your eyes che potrebbe essere stato tranquillamente un altro 45. La divisione tra Graham Nash ed il resto della band divenne sempre piú netta e finalmente verso la fine dell’anno lascerá per unirsi a David Crosby e Stephen Stills in California.

BUTTERFLY (1967): Un'altra dimensione
Tornando indietro di qualche mese all’autunno del 1967, gli Hollies con Graham Nash sempre piú con in mano le redini del gruppo, registrano “Butterfly” in cui la componente psichedelica é ancora piú in evidenza. Come era giá successo con Evolution nessun brano verrá pubblicato su 45 in UK e l’album venderá molto meno del suo predecessore. Dear Eloise apre il disco con una introduzione cantata da Nash a cui segue un cambio di ritmo che ci riporta in territorio sicuro, non a caso verá pubblicato su 45 in USA ed Europa dove raggiungerá i primi posti in vari paesi. Dopo un’ innocua Away, Away, Away le atmosfere si fanno piú sognanti in Maker, quasi facendo pensare a tratti all’Incredible String Band, brano con sitar in evidenza mentre Wishyouawish potrebbe passare per un pezzo di Donovan! Piú avanti Try it  giá dai primi secondi non ne fa un mistero: siamo in un’ altra dimensione, si viaggia verso altri territori, il testo ed i vari effetti usati dagli strumenti lo confermano. Da notare che l’autore qui é Allan Clarke e non Nash, che contemporaneamente  in quel periodo conferma il suo interesse per la meditazione e proiezione astrale. Postcard che apre il secondo lato dell’album e chissá ancor piú Step inside con ovvio potenziale commerciale potrebbero essere stati tranquillamente dei singoli. Il brano che dà al titolo all’album, Butterfly é cantato dal solo Nash e presenta un arrangiamento ed orchestrazione ‘cinematografica’. Il testo é decisamente psichedelico, con immagini che ricordano Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles: l’invito é quella di lasciarsi trasportare, di volare via. Si conclude cosí il disco e l’epoca piú ‘sperimentale’ del gruppo. Il tentativo di Graham Nash di spingere il gruppo in altre direzioni risulta solo in parte, provocando una rottura definitiva.  
 
1968: GRAHAM NASH lascia e sbarca in America ...
Nuove composizioni firmate da Nash, Marrakesh Express, Right Between the Eyes, Lady of the Island verranno rifiutate e finiranno invece nel primo album del supergruppo Crosby, Stills & Nash. Di questo periodo sono anche pezzi inediti che verranno fuori solo 20 anni dopo o piú tardi.
E’ incredibile che la stupenda Tomorrow when it comes, registrata nei primi mesi del 1968, rimanga nel cassetto per anni. Chissá: se la sorte di King Midas in Reverse fosse stata un’altra forse ci sarebbe stato spazio per uno dei brani decisamente piú psichedelici di Nash, una vera rivelazione. Un brano che sí fu pubblicato é Wings di cui esiste un video promozionale.  É praticamente l’ultimo tentativo di Nash di far sentire la sua voce o comunque che rispecchia di piú il percorso che avrebbe preferito continuare con il gruppo. Il brano fu scritto insieme ad Allan Clarke che ricorda come fu una specie di risposta a Expecting to Fly dei Buffalo Springfield, dato che il brano di Neil Young li aveva lasciati a bocca aperta. Wings si trova in “No-One’s Gonna Change Our World” un disco del WWF uscito nel 1969 che si apre con la prima versione di Across the Universe dei Beatles. Con la testa giá altrove, Nash continua il 1968 compiendo con gli Hollies un tour che li porteranno anche in Yugoslavia; la sua ultima partecipazione su disco é il singolo Listen to me/Do the best you can, con titoli che appaiono ironici alla luce dei fatti. Peró nonostante tutto la decisione era stata presa e la sua presenza negli Hollies aveva i giorni contati: tra l’altro sappiamo benissimo che significó ben piú che la sua uscita dal gruppo, lasciando sua moglie ed il suo paese.
 
Questo articolo é apparso originalmente sul sito Distorsioni il 17 luglio 2013.
Tír na nÓg

La terra dell’eterna gioventù

    
Si legge online in Wikipedia: "Tír na nÓg ("Terra del giovane eterno"), termine proveniente dall'antico gaelico - lingua celtica tutt'ora parlata in Irlanda e in Scozia - è l'altromondo della mitologia irlandese, è l’aldilà in cui la malattia e la morte non esistono. È un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove la musica, la resistenza, la vita e tutti i passatempi piacevoli stanno insieme in un singolo posto. Qui la felicità dura per sempre”.

Un po’ di storia

Il duo irlandese Tír na nÓg, non esattamente un nome noto nel nostro paese, fu piuttosto popolare nella verdissima ed orgogliosa Irlanda e Gran Bretagna durante i primi anni 70. Leo O’Kelly da Carlow e Sonny Condell dalle colline di Wicklow, a sud di Dublino e geograficamente vicini, si incroceranno piú volte nella capitale irlandese durante gli anni 60. Leo tra le varie esperienze musicali aveva suonato durante il 1967 con The Word un gruppo irlandese che con il suo arrivo inizió ad avvicinarsi alle nuove sonoritá provenienti dalla California, Byrds, Love, Doors, ma purtroppo non lasció nessuna registrazione. In quello stesso anno ricorda con piacere di aver visto Jimi Hendrix a Belfast, lo stesso giorno in cui sia Jimi che Leo festeggiavano il compleanno! Intorno al 1969 Leo e Sonny scoprirono quasi per caso di avere la stessa idea e ben presto s’imbarcarono per Londra cercando fortuna ed unendo le forze come cantautori. Prima di iniziare l’avventura registrarono dei demos a Dublino, che saranno pubblicati nel 1999 - 15 per essere esatti - nell'album "In the Morning" (Kissing Spell/Erewhon).


Fortuna, coincidenze, destino? Il fatto è che appena arrivati a Londra una serie di eventi fecero sì che nel corso di 24 ore avessero giá ottenuto l’offerta di suonare regolarmente in un pub nei weekend e la possibilitá di registrare in uno studio gratis, e dove dormire! Non tardarono molto nemmeno a firmare un contratto: presentandosi con nuovi demos registrati a Londra alla Island che non li prese in considerazione consigliando però loro la Chrysalis, che immediatamente ne riconobbe il potenziale. Verso la fine del 1970, dopo essere arrivati a Londra da pochi mesi,  uscí il primo 45 I’m happy to be (on this mountain)” ed incredibilmente per un gruppo nuovo fecero una apparizione televisiva nel 1970 al "Doing Their Thing" show - dell'inglese Granada TV - in cui presentarono ben 7 pezzi dal vivo, ripresi da John Sheppard, una indubbia riprova della buon accoglienza che ebbero fin dagli inizi. L'intera performance è ora disponibile su Youtube. In quel periodo faranno da supporto ai Jethro Tull e Procol Harum suonando in Inghilterra ed Europa, facendosi conoscere dal grande pubblico.
 

Tír na nÓg  - A Tear and a Smile - Strong in the Sun

Ben presto seguirá “Tír na nÓg”,  il favoloso album omonimo di debutto, uscito nel maggio del 1971. Il disco é totalmente acustico, rivelandosi molto piú eclettico di quello che si poteva pensare, rimane per molti l’album favorito della band. Alterna brani piú intensi come Looking Up e Piccadilly ad altri piú delicati come Boat SongDante. Quest’ultima non ha niente a che vedere con il nostro celebre poeta: é in realtá il nome di una pastorella. Quando anni fa lo feci notare a Sonny mi disse che non ci aveva pensato troppo, solo gli piaceva come suonava il nome! Oltre alle chitarre acustiche, Leo suona il basso in qualche pezzo, mentre Sonny si occupa delle percussioni. La title track in particolare beneficia delle tablas che inevitabilmente conferiscono un’aria magica a questa storia della mitologia irlandese. Ci sono anche brani piú divertenti come Aberdeen Angus - un po’ alla Donovan - e che ricordano il Mike Heron di Cousin Caterpillar o Hedgehog’s song. Altri come Looking up ad esempio ci offrono atmosfere piuttosto psichedeliche e mostrano un altro lato del gruppo. Melody Maker lo consideró l’album del mese.

L’anno dopo é il turno di “A tear and a smile” che ci presenta il duo in ottima forma e questa volta lo spettro musicale viene ampliato grazie all’incorporazione della sezione ritmica di Cat Stevens, ottenendo definitivamente un sound di gruppo vero e proprio. Siamo in un ambito piú rock rispetto al disco precedente pur restando l’atmosfera molto folk. Tutti i brani come nel disco di debutto sono scritti da Leo o Sonny. Solo Hey friend era stata scritta lì da Ray Dolan amico del gruppo, unico pezzo di quelli pubblicati fino ad allora non proveniente dalla penna di Leo o Sonny. Anche in "A tear and a smile" si alternano brani piú vivaci a momenti piú riflessivi. Il gruppo continua a suonare molto da vivo, accompagnando spesso a Jethro Tull, Fairport Convention, Cat Stevens ed altri. Seguirá un 45 con 2 brani non presenti sull’album, “The Lady I love/Heidi”.
 
Il 1973 dopo soli 3 anni vedrá la conclusione della prima parte della storia dei Tír na nÓg ed un ultimo album, “Strong in the sun” prende il titolo da un brano di Nick Drake, Place to be, tratto dal suo ultimo LP “Pink Moon” del 1972, ed include Free Ride l’unica cover presente nei 3 album dei Tír na nÓg, che qui apre il disco. Una versione totalmente differente che forse fará storcere il naso ai puristi di Nick Drake ricordando quasi piú Marc Bolan che Nick! Vale la pena ricordare che in quegli anni Nick Drake sebbene contemporaneo era ben poco noto, e la scarsa vendita dei suoi dischi pare abbia contribuito non poco ad aggravare la sua fragile situazione. Non esistono cover e tributi a Nick Drake anteriori a quello dei Tír na nÓg! L’album é il piú rock dei tre e con una produzione, a carico di Matthew Fisher dei Procol Harum, che lo rende molto piú ‘commerciale’. Non mancano i pezzi per tranquilizzare i fans che preferivano il lato piú acustico e delicato del gruppo. Episodi meravigliosi come In the Morning o Teeside. Altri piuttosto interessanti come la psichedelica Love Lost e Cinema che include ‘effetti speciali’! Un disco che con gli anni abbiamo  imparato ad apprezzare e parte essenziale di una trilogia da riscoprire.


Il terzo millennio e “I Have Known Love” 7" EP (31 Maggio 2014, Fruits de Mer Records)

I loro 3 albums sono stati ristampati su CD nel 2012. Leo e Sonny resteranno in contatto nelle decadi seguenti: intorno al 1985 addirittura si riformeranno, pubblicando un singolo, Love Is Like a Violin. Dieci anni dopo, nel 1995, un loro concerto  tenuto a Birmingham verrá registrato e pubblicato nel 2000 con il titolo di “Hibernian”. Sará proprio con il nuovo millennio e soprattutto durante gli ultimi 3-4 anni che torneranno insieme per suonare regolarmente: nel  2010 esce "Live at Sirius", un nuovo album registrato dal vivo  al Sirius Arts Centre di Cobh, Co. Cork; il 31 maggio 2014 il graditissimo ritorno discografico con lo stupendo EP “I Have Known Love”, pubblicato su vinile dall’etichetta Fruits de Mer, il cui catalogo é ricco di psichedelia vecchia e nuova ma non solo. Ad oltre 40 anni dal loro debutto il duo ci stupisce con un dischetto che non ha niente da invidiare alle loro migliori produzioni: giá dal primo ascolto si rivela come una delle migliori cose che abbiano mai fatto.
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L’EP si apre niente meno che con una cover dei Silver Apples, I Have Known Love che sembra fatta apposta per loro! Per chi conosce Leo e Sonny la scelta e l’interpretazione non risulteranno una sorpresa, semplicemente una conferma della loro genialitá. Seguono 3 pezzi, tutti originali, (la stupenda You in Yellow,  la ieratica sorprendente The Angelus, e I Pick Up Birds At Funerals), che rendono questo EP un ritorno alla grande dei Tír na nÓg; se saranno in grado di produrre un nuovo album a questi livelli ne potrebbe venir fuori il loro miglior disco di sempre! Infine, sono da pochi giorni reduci – al momento in cui scriviamo - da un tour che li ha visti suonare una dozzina di date in Inghilterra e Galles. Lunga vita ai Tír na nÓg: entrate nella Terra dell’Eterna Gioventú, potreste rimanerne stregati!
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Questo articolo é stato pubblicato originalmente sul sito Distorsioni il 21 giugno 2014.

P.S.
Nel 2015 é stato pubblicato 'The Dark Dance' che conferma Leo e Sonny al loro meglio!
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The Incredible String Band

"Il folk trascendentale"
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Partiamo dall'attualità: per promuovere “The Hangman's Beautiful Daughter”, il loro 3° album, l’Incredible String Band si imbarca per gli USA nel giugno 1968. La Hux records ha pubblicato a marzo di quest'anno “Live at the Fillmore”, un concerto - tratto da quel tour - ben noto ai fans del gruppo che per anni é circolato in qualitá audio inferiore: ora ha ricevuto il trattamento che meritava risultando una rivelazione anche per chi giá lo conosceva, e riportando l'attenzione un pò di tutti sulla poliedricità e l'incanto del sound di una band di cui oggi solo pronunciare il  nome, ad anni luce dalle vicende che andiamo a raccontare, assume un sapore ancestrale. Fino a quel momento il gruppo in realtá era un duo, Mike Heron e Robin Williamson, e sebbene sui dischi collaborassero altri musicisti, fino al “Live at the Fillmore” erano solo questi due personaggi originari della bellissima Edimburgo, capitale Scozzese, che si presentavano sui palchi di vari teatri e club europei ed americani sorprendendo il pubblico presente con una proposta musicale a dir poco unica, che univa la tradizione celtica a suoni e melodie provenienti da altri luoghi come ad esempio il Medioriente o l’India, incorporando strumenti mai visti prima e i cui nomi ad oltre 40 anni di distanza mantengono una certa aria misteriosa.

GLI ANNI SESSANTA
                                        

Le origini del gruppo sono piú tradizionali, ma fino ad un certo punto. All’inizio il duo in questione non include a Mike Heron: ad accompagnare Robin c’era un vero e proprio personaggio “senza tempo”, la cui etá era per molti un mistero, Clive Palmer. Clive proviene da Londra e dopo un viaggio a Edimburgo nel 1963 che sarebbe durato un paio di settimane ci resta; ben presto nascerá il duo Robin & Clive. Robin Williamson attingendo da sempre a piene mani al suo passato celtico, scozzese/irlandese suonava la chitarra, il violino e il tin whistle, mentre Clive al banjo metteva in mostra la sua passione per la musica dei primi del 900, una tradizione musicale praticamente dimenticata. Come ci si puó immaginare siamo davanti ad un insolita mescolanza soprattutto considerando il panorama conservatore della musica folk e tradizionale dell’epoca.

É un periodo di enorme sperimentazione, di apertura ad altri generi musicali, ad altre tradizioni musicali e a filosofie orientali che si sente anche nell’ambiente folk, in cui si verifica una sorta di scisma tra i musicisti piú tradizionalisti ed i piú innovatori. L’incomparabile Davy Graham aprirá la strada per non pochi, basti citare il suo arrangiamento in chiave Indiana del traditional irlandese She Moved through the fair. Giovanissimi chitarristi tra cui spicca Bert Jansch prenderanno silenziosamente appunti per imbarcarsi in avventure originali che a sua volta influenzeranno a molti altri.  Bert era nato a Glasgow ma cresciuto a Edimburgo, visse insieme a Robin e Clive quel periodo formativo dei primi anni 60.Verso la fine del 1965 si  aggiungerá a Robin & Clive un giovane chitarrista, Mike Heron: nasce The Incredible String Band. Quest’ultimo proveniva da esperienze con gruppi beat e R&B arricchendo cosí ancor piú la giá singolare ricetta dell’ISB. Bob Dylan risultó essere un influenza importante su Mike che lo spinse ad esibirsi solo ed avvicinarlo ai folk clubs oltre ad iniziare a comporre canzoni proprie. All’inizio del 1966 per la durata di un paio di mesi nascerá il mitico Clive’s Incredible Folk Club nella vicina Glasgow, usando il nuovo nome ideato da Clive Palmer da poco adottato dal trio. Joe Boyd, americano e residente a Londra, che lavorava per la nuovissima sede della Elektra in cerca di nuovi artisti al largo della Gran Bretagna, era rimasto piacevolmente impressionato dall’originalitá di Robin e Clive durante una visita lampo a Edimburgo nel 1965: “Suonavano musica tradizionale scozzese come se avesse viaggiato attraverso gli Appalachi ed era tornata a casa passando per il Marocco e la Bulgaria!”.


La seconda volta giá come trio: Boyd non esiterá e immediatamente offre loro un contratto con la Elektra che pubblicherá il loro omonimo album di debutto “The Incredible String Band “. Registrato a Londra in un solo giorno e pubblicato nell’estate del 1966 giá indica un percorso originale. L’enfasi é sulle composizioni proprie anche su espressa richiesta di Joe Boyd e sia Robin che Mike non deludono. Clive Palmer invece pare che abbia la testa altrove e i suoi giorni con il gruppo sono contati. Il suo contributo al disco é solo parziale, sebbene importante e con una indimenticabile Empty Pocket Blues cui Robin contribuisce con un delizioso accompagnamento al tin whistle. In effetti questa e solo altre due delle 16 songs del disco sono le uniche in cui il trio compare insieme, il resto é costituito da tre pezzi suonati solo da Mike e ben 5 dal solo Robin, mentre nelle restanti si tratta quasi sempre di Mike e Robin come ad esempio in Maybe Someday che apre l’album. Un brano composto da Mike Heron che ci avvisa immediatamente: non siamo davanti all’ennesimo disco di folk tradizionale, con un violino impazzito suonato da Robin che ricorda sonoritá gitane ma che potrebbe aver preso spunto anche da melodie nordafricane. Quello che segue é il pezzo piú celebrato di Robin Williamson che arrivó fino alle orecchie di Dylan, si tratta di October Song (imperdibile la lunghissima versione di 10 minuti con Mike al sitar dal recente Live at Fillmore). Schaeffer’s Jig é un breve strumentale, un regalino per darci un’idea di cosa combinassero Robin & Clive qualche anno prima. A questa seguono due dei brani migliori del disco, la delicata Womankind di Robin e The Tree di Mike; gli unici due pezzi che hanno un vero e proprio “string band sound” nel senso tradizionale del termine, in cui suonano tutti e tre, si trovano sulla seconda metá del disco con le due chitarre di Clive e Mike ed il mandolino di Robin: How happy I am ed Everything’s fine right now che conclude l’album.  Un disco veramente formidabile che é spesso ingiustamente ignorato e per anni rimasto addirittura sconosciuto, da non perdere, ora che é di facile reperibilitá su CD.

Poco dopo Clive Palmer intraprenderá un viaggio che lo porterá fino in Afghanistan e India, mentre ancora prima Robin e Licorice (McKechnie, la sua compagna) erano partiti per il Marocco con nessuna intenzione di tornare mai piú in Gran Bretagna! Per nostra fortuna prima o poi tutti torneranno a casa, l’avventura marocchina durerá solo pochi mesi, e al riunirsi con Mike Heron si dará inizio ad un periodo di creativitá senza precedenti, spingendosi molto piú in lá di quello che il primo album aveva anticipato, incorporando idee, strumenti e melodie provenienti direttamente dal Nord Africa ma non solo. Clive Palmer uscito definitivamente dal gruppo registrerá un album solista nel 1967 accompagnandosi quasi interamente col banjo, un disco che vedrá la luce solo nel 2005, dal titolo “Banjoland”, che potrebbe essere di 100 anni prima! Formerá la Famous Jug Band lasciandoli dopo l’interessantissimo album di debutto del 1969. Assolutamente imperdibile la successiva avventura musicale in Cornovaglia con C.O.B. (Clive’s Original Band) con cui pubblica due album spettacolari e veramente unici all’inizio dei 70. Mike e Robin una volta riunitosi in Scozia registreranno in varie occasioni giá verso la fine del 1966 e piú tardi a Londra. Le prime registrazioni saranno oggetto di vari bootlegs con qualitá sonora deficiente, le seconde invece verranno pubblicate ufficialmente come “The Chelsea Sessions” nel 1997 ovvero 20 anni dopo. Si tratta di demos per l’imminente secondo album di cui solo la metá apparirá nell’estate del 1967 in uno dei dischi che meglio illustra la nuova estetica e filosofia del periodo.


Con una copertina che rende onore sia al nome del duo, che al fantastico titolo dell’album ecco arrivare in piena Summer of Love “5000 Spirits or the Layers of the Onion”. É senz’altro una delle copertine piú emblematiche del periodo, opera degli olandesi The Fool ai quali i Beatles avevano affidato la parte interna di Pepper, poi non usata. Saranno famosi per aver dipinto la Apple Boutique e autori di altre copertine come “Evolution” degli Hollies e l’album di debutto dei Move. L’album inizia con Chinese White ed improvvisamente siamo rapiti e sorpresi da suoni mai sentiti prima, grazie ad uno dei tanti strumenti esotici portati da Robin dal suo ultimo viaggio. Il gimbri, una specie di liuto nordafricano, suonato per l’occasione con un archetto da contrabbasso! Tra i pezzi memorabili troviamo Painting Box di Mike e Mad Hatter’s Song di Robin in cui per la prima volta in un pezzo del gruppo appare il sitar, in questo caso suonato da ‘Soma’, l’unico brano del disco con il celebre strumento indiano che ritroveremo in varie occasioni nei successivi dischi, peró in mano a Mike Heron.  Il disco oltre ad introdurre una gran varietá di strumenti che servono ad ampliare e mettere in evidenza le piú disparate influenze del gruppo, vede anche la partecipazione di altri musicisti tra i quali il bassista Danny Thompson in ben sette pezzi, che da lí a poco formerá Pentangle con Bert Jansch e soci. Si tratta di un album veramente incredibile, cui si alternano canzoni d’amore (First girl I loved), altre che pare siano state scritte per bambini (Little Cloud, Hedgehog’s Song) ed altre piú magiche, piú esoteriche (Mad Hatter’s Song). Lo stesso mese che uscirá "5000 Spirits" Mike e Robin suoneranno per la prima volta in USA al celebre Newport Folk Festival, la prima esibizione fuori dal Regno Unito con la curiosissima eccezione di un concerto al Folk Club Italiano di Torino il 3 maggio 1967 di cui sarebbe bello sapere di piú!


Tra l’altro negli anni seguenti mentre suoneranno spesso in USA, non molte saranno le date in Europa e in Italia, torneranno solo sul finire della loro carriera. In un articolo della rivista musicale italiano Ciao 2001 del 1970 Robin afferma che il loro agente aveva cercato di ottenere una mezz’ora alla televisione italiana e si dimostra entusiasta della possibilitá di suonare nel nostro paese, cosa che purtroppo non avverrá.


Verso la fine del 1967 suoneranno in locali dell’Underground inglese divenuti storici quali il Middle Earth e l’UFO Club, in quest’ultimo insieme ad Arthur Brown. Una serata memorabile deve essere stata quella del 1° ottobre al Saville Theatre con Tim Rose, Fairport Convention, Tomorrow e Pink Floyd il cui singolo d’esordio, "Arnold Layne" era stato prodotto da Joe Boyd. Chiaramente giá non esistevano piú frontiere. Pochi giorni dopo si esibiranno niente meno che alla Queen Elizabeth Hall, con Shirley e Dolly Collins.

In dicembre verrá registrato “The Hangman’s Beautiful Daughter”, per molti l’apice del gruppo e molto probabilmente il disco piú noto dato che fu quello che vendette di piú arrivando fino al 5° posto in UK.  Dato abbastanza sorprendente considerando che si tratta senza dubbio dell’album piú ambizioso e complesso sino a quel momento e non esattamente un disco facile, di quelli che ad ogni ascolto ci rivela qualcosa di nuovo. Uscito nel marzo del 1968 continua la tradizione iniziata con "5000 Spirits" di titolo lunghissimo e dal significato misterioso. La copertina che normalmente si associa a questo album, una delle immagini per eccelenza dell’ISB, foto scattata nel Natale del 1967 in realtá era il retro dell’edizione originale UK che mostrava invece Robin e Mike fotografati in una giornata bellissima con un cielo completamente blu, ma chiaramente non in epoca estiva a giudicare dai loro vestiti, non a caso Robin lo aveva definito un disco invernale.


Questa passó ad occupare il retro del disco nella versione USA, cosí come in tutte le successive ristampe che hanno sempre usato quella che é probabilmente la immagine dell’ISB per eccellenza. L’album é un vero capolavoro con canzoni quali Witches’ Hat, Waltz of the New Moon di Robin e la lunghissima A Very Cellular Song di Mike che incorpora I bid you goodnight,  uno spiritual delle Bahamas, resa stupendamente dal vivo nel suddetto Live at Fillmore. Quella serata sará l’ultima di un mese di concerti in USA iniziati il 4 maggio con date a New York ed esibizioni al Fillmore West di San Francisco in compagnia di Country Joe & The Fish, ed una serie di date a L.A. includendo quattro serate consecutive al Troubador con Tim Buckley, per concludere poi il 5 giugno al Fillmore East di New York.

Il 1968 continuerá all’insegna dei concerti sia in Gran Bretagna che all’estero, ritornando in USA a fine anno. Durante tutto questo periodo i presenti avranno modo di ascoltare varie nuove composizioni che verranno incluse nel quarto disco del gruppo “Wee Tam & The Big Huge”, concepito inizialmente come un album doppio, anche se in USA verrá pubblicato in due album separati “Wee Tam” e “The Big Huge”. Subito dopo anche in Europa saranno disponibili i singoli LP. Uscito in novembre 1968 é  il primo disco in cui Licorice e Rose (Simpson, la compagna di Mike Heron) partecipano a tutti gli effetti come parte integrante del gruppo, tanto che da quel momento in poi giá non saranno i soli Robin e Mike a presentarsi sul palco. Ognuno ha il disco favorito e nonostante i sorprendenti risultati raggiunti con gli album anteriori il livello si mantiene cosí alto che non sono pochi a considerare "Wee Tam & The Big Huge" il capolavoro assoluto del gruppo. Continua la grande diversitá di temi musicali e non, l’ecclettismo di cui erano e sono famosi, peró a differenza di "Hangman" il risultato generale é un disco piú sereno, con un clima, un’aria religiosa nell’ampio senso del termine, con vari riferimenti alla bibbia ma anche a tradizioni differenti.


L’album contiene un gran numero dei brani migliori del gruppo e potrebbe servire per introdurlo a chi non lo conosce, soprattutto il primo disco "Wee Tam" con canzoni quali You get brighter di Mike Heron autore anche di Puppies e della quasi cajun Log Cabin Home in the Sky. Almeno un paio non erano nuovissimi e risalgono piú o meno allo stesso periodo: The Half-Remarkable Question ad esempio era stata presentata al Julie Felix Show circa 6 mesi prima e fortunamente sopravvive ai giorni nostri rendendolo uno dei migliori documenti visuali del gruppo. The Iron Stone, su "The Big Huge", fa parte dei demos noti come "The Chelsea Sessions". Entrambe di Robin sono rese in modo spettacolare e sono tra le composizioni piú  magiche, arricchite dai nuovi arrangiamenti. Ducks on a Pond supera i 9 minuti e conclude "Wee Tam" alla grande, un caleidoscopio di immagini e suoni come solo l’ISB era capace. Maya, altro brano sui 9 minuti é uno dei pochissimi pezzi che Robin Williamson ha mantenuto in repertorio ed una delle piú amate. É il pezzo d’apertura del secondo disco, "The Big Huge" che é dominato da brani di Robin, mentre "Wee Tam" era diviso in parti uguali. Mike comunque ci regala uno dei suoi pezzi migliori, Douglas Traherne Harding, ispirato da due mistici inglesi, il poeta inglese del XVII secolo Thomas Traherne e dal filosofo Douglas Harding. Ma prima un paio di pezzi quali Cousin Caterpillar dello stesso Mike che pare appartenere alla stessa famiglia di The Hedgehog’s Song e Little Cloud che ci riporta a quelle atmosfere, per cambiare poi completamente con la favolosa e magica The Iron Stone di Robin con uno stupendo sitar suonato da Mike: particolarmente notabili sono gli ultimi due minuti che trasportano completamente in un altro mondo! Si potrebbe fare un discorso a parte sui testi che come la musica riuniscono tradizioni e filosofie tra le piú svariate, spesso oggetto di varie interpretazioni, e senza dubbio considerati importanti dal gruppo stesso come dimostrato dalla copertina originale del doppio, che utilizza i testi per la parte esteriore mentre i volti di Robin e Mike restano all’interno della copertina apribile: il mondo al rovescio dell’ISB! Certo che dal punto di vista di chi non abbia un dominio dell’inglese certe cose si perdono, peró la musica in se é in grado di comunicare cosí tanto all’ascoltatore che la barriera linguistica non costituisce un ostacolo per entrare a far parte del meraviglioso universo dell’ISB. Un mondo in cui la natura, la immaginazione, la curiositá, la sorpresa sono sempre presenti, dove vanno e vengono i personaggi piú fantastici. Dove i pavoni parlano del colore grigio, si cavalcano giraffe all’indietro, si usano ciliege nere come anelli.


Passerá un anno intero prima della pubblicazione dell’album successivo “Changing Horses”, che vedrá la luce verso la fine del 1969 e come si intuisce dal titolo sono cambiate alcune cose. Il suono si fa in occasione piú elettrico, il gruppo ha apertamente abbracciato la Scientologia e per molti - il produttore Joe Boyd prima di tutto - come conseguenza da quel momento in poi si perderá una certa spontaneitá e creativitá. Resta comunque il fatto che durante gli ultimi 3 anni e nel corso di quattro album (di cui uno doppio) Robin e Mike avevano continuamente sorpreso con materiale a dir poco incredibile, giustificando piú che meritatamente il nome del gruppo. Era inevitabile che prima o poi non si potesse mantenere lo stesso livello. Detto questo resta un periodo d’alta creativitá, brani di questo periodo resteranno inediti o appariranno piú tardi su “Be Glad for the Song has no Ending”, pubblicato nel 1971 ma contenente essenzialmente musica del periodo 1968-1969. In effetti inediti come Fine Fingered Hands o All Writ Down che fu pubblicata come lato B dell’umoristica Big Ted che apre "Changing Horses", avrebbero contribuito meglio, piuttosto che Mr and Mrs ad esempio, alla riuscita dell’album, che é dominato da due lunghissimi pezzi, Creation di Robin e White Bird di Mike che superano i 15 minuti, e resta un buon disco cosí com’é. Durante il 1969 il gruppo tornerá in USA in tre occasioni, restandoci come l’anno anteriore durante quasi tutto maggio e successivamente agosto e settembre partecipando a vari festivals, in Texas, Philadelphia ed i piú famosi di Big Sur e soprattutto Woodstock. Quest’ultimo sará alla fine un’opportunitá mancata: inizialmente avrebbero suonato dopo Joan Baez, durante la serata iniziale, peró inizió a piovere e mancando un tetto che li proteggesse dato che ora usavano amplificazione e strumenti elettrici a differenza del passato, presero la decisione di rimandare l’esibizione al giorno dopo. Joe Boyd cercó invano di convincerli a salire sul palco e presentarsi con un set acustico, cosa che avrebbero potuto fare tranquillamente invece di apparire il giorno successivo, dopo un set potente della Keef Hartley Band e prima dei Canned Heat! Non saranno inclusi nel film e nemmeno nell’album triplo uscito l’anno dopo o in nessuna delle successive edizioni delle raccolte del festival. A fine anno torneranno comunque in USA per vari concerti e celebreranno l’anno nuovo al Berkeley Community Theatre di San Francisco. Una nota sul materiale postumo registrato durante gli anni 60: la Hux records oltre al nuovissimo Live recensito su Distorsioni da Ignazio Gulotta, ha pubblicato un interessante raccolta di inediti e raritá nel 2009, “Trick of the Senses”, continuando il lavoro iniziato nel 2007 con “Across the Airwaves”, raccolta di BBC sessions 1969-1974. The Chelsea Sessions é stato ripubblicato in varie occasioni dal 1997 in poi e piú recentemente come parte del CD “The Circle is Unbroken: Live and Studio 1967-1972”.

ALDO REALI


                                                       
GLI ANNI SETTANTA


Non vi è dubbio che la meravigliosa creatura di Heron e Williamson dopo le mirabolanti e immaginifiche prove offerte nei magici anni sessanta abbia cominciato ad appannarsi: quell’esplosione di fantasie, suoni, melodie che ha dato vita al folk psichedelico della band isbscozzese sembra accusare qualche stanchezza, non tutto nei loro dischi suona così stupefacente e incantevole come nel passato. Ma da qui a parlare di fallimento e immiserimento della vena creativa della band ce ne corre, certo i capolavori nascono nel decennio precedente, quello ben raccontato da Aldo Reali, ma l’ascolto degli album degli ultimi anni di esistenza della band non lascia indifferenti, contengono sempre momenti di grande bellezza in cui l’estro e la creatività dei musicisti splendono ancora. Il nodo centrale nell’analizzare questo periodo è rappresentato dalla domanda sul perché di questo declino degli ISB nei settanta, le ipotesi sono diverse e probabilmente tutte contengono una parte di verità: l’adesione di Wlliamson e Heron a Scientology con tutto quel che comporta l’adesione a una setta, e la rigidità mentale che porta con sé una visione che predica assolute e indiscutibili “verità”, tutto l’opposto dell’anarchica libertà hippy dei primi anni. La sempre più difficile convivenza fra le coppie Mike-Rose, Robin-Licorice con episodi di tradimenti e gelosie; forse il fatto di aver sempre composto individualmente - anche se poi grande sintonia si manifestava nei dischi e sul palco - ha reso più fragile la band che poi non ha assorbito l’allargamento dell’organico successivo.
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L’aver intrapreso una parallela carriera solista, Heron nel 1971 e Williamson l’anno dopo, può essere indizio che quell’esaltante armonia che sprizzava da ogni nota si stava sfaldando. E poi la naturale difficoltà a mantenere a lungo degli standard di qualità così straordinari; la fortissima delusione del mancato successo di Woodstock: erano state fra le band che avevano ricevuto uno dei compensi più alti, ma l’esclusione dal film e dal disco non permisero alla ISB di fare quell’enorme salto di popolarità di cui beneficiarono fra gli altri Santana e Ten Years After.
Infine la scelta non troppo felice di passare a un sound più elettrificato. O forse il gruppo che aveva legato la sua musica e la sua vita al movimento hippy, alla ricerca di una vita felice, libera e di un’apertura della coscienza (“Il solo modo di rendere il mondo un paradiso è quello di comportarsi come se fosse un paradiso” aveva dichiarato Robin nel ’68) subiva la stessa crisi del movimento, stava lentamente e mestamente rientrando a casa. Se leggerete il testo di 1968 posto in calce sembra evidente che vi era consapevolezza di questa crisi. Quali che siano stati i motivi di questo lento declino va però detto subito che il livello dei dischi e della musica prodotta dalla coppia scozzese rimane comunque di tutto rispetto: se si ascoltasse “U” o "I Looked Up" senza essersi mai accostati ai capolavori realizzati in precedenza, si resterebbe senz’altro affascinati e sorpresi dall’originalità della musica contenuta in quei dischi. Come è noto “U”  ripropone le musiche utilizzate per uno spettacolo di teatro e danza che la ISB aveva portato in giro nel 1970 ("A Surreal Parable in Song and Dance") e nasce dalla collaborazione con un gruppo di teatranti specializzati in happening di strada, gli Stone Monkey, che avevano conosciuto a New York al celebre Chelsea Hotel. e con i quali convivevano in una comune in Galles. Certo il disco soffre un po’ di questa sua origine teatrale. Ma ascoltate l’iniziale El Wood Suite di Mike e non potrete non essere catturati dalle sonorità orientaleggianti, dal susseguirsi degli strumenti, chitarra, sitar, tablas, gimbri, dalle atmosfere ora meditative, ora ludiche o Bridge Song con l’incredibile intreccio delle voci di Licorice e Mike e il fingerpicking delle chitarre che creano atmosfere bucoliche e hippy, magiche e fiabesche; o il blues pianistico di Robot Blues, o ancora la chitarra in stile giapponese di Robin in Astral Plane Theme: vi renderete conto che nelle quasi due ore di “U” nulla è da scartare.

Certo è vero che a volte, soprattutto nel caso di Robin, le voci tendono a gigioneggiare, ad alterare i toni, a renderli molto teatrali e questo può risultare fastidioso, e non sempre le cose funzionano perfettamente, come in I Know You scritto da Licorice o la lunga Rainbow che chiude l’album, 15 minuti, autore Mike, in cui non mancano i bei momenti, ma la canzone appare irrisolta e frammentaria. “U”, il titolo evoca il passaggio da uno stato di spirituale consapevolezza alla caduta e infine alla rinascita: è l’album dell’adesione dei nostri a Scientology, un’esperienza che Heron ha definito positiva per alcuni risultati raggiunti, anche se temporanei, ma assolutamente negativa per il clima fascista che vi si respirava. Conseguentemente i nostri abbandonano le droghe e quell’LSD sotto i cui effetti erano state composte alcune delle loro meravigliose canzoni. Il disco, sempre prodotto da Joe Boyd, è stato registrato in soli due giorni, alla fine della tournée dello spettacolo, 10 date a Londra e 5 a New York - queste ultime a detta di Boyd disastrose - in 48 ore di lavoro ininterrotto e tutte le canzoni tranne una, Queen Of Love, facevano parte dello spettacolo. Spettacolo che non convinse la stampa (“un triste muoversi a tentoni e un ISB robinvacuo dimenarsi” lo definì la rivista underground IT) perché i critici si trovarono di fronte a qualcosa che non era danza, non era teatro, non era show musicale, né pantomima, ma mescolava tutte queste cose insieme e con una certa approssimazione tecnica e molta ingenuità; Heron e Williamson, cui si è unito il mimo Malcolm LeMaistre, si dimostrano anche in questo delle spugne che assorbono e cercano e indagano su una gamma vastissima di espressioni artistiche e musicali, sperimentatori arditi che non temono di sbagliare. Di questa molteplicità espressiva “U” è la prova più evidente, nella sua musica troviamo raga indiani, canzoni da vaudeville, ragtime blues, ballate psichedeliche e la solita incredibile varietà dei suoni offerti dai vari strumenti provenienti dai più lontani angoli del pianeta. La prima band di world music fu definita giustamente da Joe Boyd. Già quello stesso anno lavorano a “Be Glad For The Song Has No Ending”, titolo bellissimo e forse in qualche modo rassicurante, caso mai qualche fan avesse nutrito dubbi sul futuro della band dopo l’adesione a Scientology.

Il disco in gran parte è la colonna sonora di un breve film sulla band - oggi è visibile su Youtube - e la seconda facciata è occupata totalmente da The Song Has No Ending, la prima traccia, dopo il disco d’esordio, che appare scritta sia da Heron che da Williamson. Sa si tratta di un lungo strumentale in cui i quattro si cimentano nei loro vari strumenti, si alternano suoni agresti, spettrali, sperimentali nell’atmosfera di una libera e fricchettona comunità che dà felice sfogo alla propria creatività, in sintonia con le ingenue e un po’ stucchevoli immagini del film di Peter Neal, un mix di esoterismo, misticismo, e bucolica e felice vita da hippy, quella che i nostri trascorrono beati a Newport nel Galles. L’album uscirà nel 1971 e sarà l’ultimo prodotto da Boyd e il primo uscito per la Island. Ebbene questi due interessanti lavori testimoniano, pur con i loro difetti, la grandezza dei nostri che non si contentano più solo di affidarsi alla musica, ma vogliono sperimentare forme artistiche che oggi chiameremmo multimediali; la tendenza teatrale è sempre stata presente, soprattutto in Robin, i loro show erano intervallati da recite poetiche e vivacizzati da travestimenti, costumi bizzarri, gestualità teatrale. Nel 1970 questa tendenza trova sbocco in questi due dischi che rappresentano laISB UP parte di un progetto più ampio che coinvolge cinema, recitazione, teatro, pantomima, danza. Ma sempre nel fervido 1970 gli ISB pubblicano “I Looked Up”, che Williamson ha definito “una sveltina” perché registrato dal vivo in studio durante la preparazione dello spettacolo “U”; l’album contiene 6 brani, composti nel 1969 e suonati durante la tournée americana di quell’anno, fra questi Black Jack David accreditata a Heron, è un tradizionale al quale Mike ha cambiato in parte il testo, una delle loro canzoni che nelle esecuzioni live trovavano la loro dimensione migliore col suo scatenato ritmo da ballo bucolico.

Molto interessante la lunga Pictures In A Mirror dove Williamson tenta di conciliare il folk psichedelico con le suggestioni teatrali del vaudeville, qualche vocalizzo di troppo, ma contiene alcuni dei momenti più belli offerti dalla band. Band che stavolta vede solo le due coppie, che in quel momento vivono separate, Robin e Licorice in Galles, Mike e Rose in Scozia, unico contributo esterno quello di Dave Mattacks batterista nei Fairport Convention che suona il suo strumento in Letter, altra ottima prova è This Moment canzone d’amore che vive nel duetto canoro fra Mike e Rose. “Non c’è dubbio che sia un album di transizione – più errante che governato – ma forse i migliori momenti degli Incredibile isbacrobaterano quando avevamo perso la bussola”, così efficacemente si pronuncia Mike Heron, del resto una composizione come When You Find Out Who You Are sembra proprio andare in cerca di una sua strada sperimentando suoni e ardite melodie. Aggiungiamo che l’atmosfera prevalente sembra tendere verso una certa malinconia, cosa abbastanza insolita nella gioiosa iconografia peace & love tipica della band, ma che diventerà sempre più frequente col trascorrere del tempo. Nel 1971 la Elektra, dopo essere stata abbandonata dai nostri, pubblica il doppio LPantologico “Relics Of The Incredible String Band”.

Ma il 1971 è un anno decisivo nella storia dell’ISB, Rose abbandona il gruppo e Mike Heron dà vita al suo primo album solista “Smiling Men With Bad Reputation” che esce proprio per la Elektra e al quale non parteciperà nessun membro della ISB, intanto Malcolm LeMaistre entra a far parte stabilmente del gruppo e ad agosto pubblicheranno l’album “Liquid Acrobat As Regard The Air”, il loro maggior successo commerciale dopo quello di “Hangman’s Beautiful Daughter”, e l’album che segna timidamente il passaggio ad un suono elettrico con la chitarra elettrica di Williamson e il piano elettrico di Heron. Collaborano all’album ilISB mike batterista Gerry Conway della band che accompagnava Cat Stevens e poi con Jethro Tull e Fairport, e Stan Lee che entra anche lui nell’organico al basso e alla slide guitar.

Ma è anche l’album dell’addio di Rose che abbandona il gruppo e la musica. “Liquid Acrobat As Regard The Air” è un album decisamente bello, certo l’elettrificazione normalizza la musica, si perde la mirabolante fantasia e i fuochi d’artificio sonori delle prime prove, le melodie sono immediatamente accattivanti, ma perdono quell’imprevedibilità e quei tratti spiazzanti che tanto avevamo amati; non ci sono tuttavia brutte canzoni, il livello è qualitativamente decisamente buono, certo continuiamo a preferire brani come Talking Of The End o l’incantevole The Tree fedeli alla passata linea acustica della band o la lunga, conclusiva Darling Belle rispetto a brani come l’elettrificata Painted Chariot.

Del resto la voce di LeMaistre, presente in diversi brani contribuisce alla normalizzazione, la sua voce, calda, impostata contrasta con l’uso sperimentale e non ortodosso delle voci di Heron e Williamson. Il passaggio graduale ad un suono elettrico Williamson lo ha descritto come un progressivo adattamento ai cambiamenti della scena musicale, ma anche il fatto di suonare in locali come i Fillmore, templi del rock, li portarono ad inserire l’elettrificazione, partendo dal violino e dal basso: lo stesso musicista ha confessato di non essersi mai sentito a proprio agio in questa deriva elettrica. Come testimonia tutta la sua produzione futura, nella quale ha concentrato i suoi interessi sulla musica tradizionale celtica e sugli strumenti acustici. Al contrario Heron, che ha una formazione musicale più rock, prima di unirsi a Williamson e Palmer, aveva suonato in gruppi di Edimburgo antesignani dei mod, e questo suo orientamento verso l’elettrificazione è testimoniato sin dal primo suo album solista, "Smiling Men With Bad Reputation", dove dà sfogo alla sua attitudine rock, utilizza una sezione fiati per esempio nella trascinante Call Me Diamond e chiama a suonare gente come Keith Moon, Pete Townsend, Ronnie Lane, mentre nelle due bonus track della riedizione in cd suonano Jimmy Page e Elton John.
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L’anno dopo sarà la volta di Williamson a dar vita a un album solo, “Myrrh” cui collaborano fra gli altri Stan Lee e Gerry Conway: si tratta di un album bellissimo in cui il musicista elabora magistrali melodie folk oscillanti fra la leggiadria e la tensione drammatica, lo si capisce sin dall’iniziale Strings In The Earth And Air scritta dall’amico Ivan Pawle dei Dr.Strangely Strange sulle parole di una poesia di Joyce, ma tutto l’album contiene alcune fra le cose migliori mai scritte da Robin, la sublime The Dancing Of The Lord Of Weir su tutte, e sembra rinverdire i fasti della ISB degli anni sessanta, un disco che tutti i fan dovrebbero avere.
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Siamo così arrivati agli ultimi anni del viaggio fantasmagorico della ISB, altri tre album vedranno la luce e continuerà l’attività dal vivo, ma nei fatti la band non esiste più, si è rotto quel mirabile e miracoloso incantesimo che ci ha regalato uno dei viaggi sonori più incredibili e meravigliosi nati da un periodo in cui straordinaria vitalità, ansia di comunicare e desiderio di creare, insoddisfazione per la realtà in cui si vive, voglia di sperimentare, desiderio e pratica di un modo diverso e anticonformista di vivere hanno prodotto una stagione artistica straordinaria e irripetibile.
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La ISB di questi due ultimi anni è un’ottima band rock, capace di guizzi eccellenti, di suonare con classe e perizia, ma ha perso quel quid che nel passato comunicava fantasia, libertà, gioia di vivere, piacere di suonare, in cui si percepiva che ogni nota era figlia di quel tempo meraviglioso in cui il futuro sembrava riservare un mondo diverso di peace & love: se si stavano varcando le porte della percezione, era anche grazie all’ISB! Anche la stupefacente simbiosi fra due personalità molto diverse come quelle di Mike e Heron è ormai un ricordo del passato, ormai i due stanno per intraprendere strade diverse, ognuno dietro il proprio karma.  Così nel 1972 esce “Earthspan”, che sin dalla copertina, un mosaico di foto dei musicisti, sembra annunciare che i tempi stanno cambiando, si abbandonano infatti gli splendidi disegni psichedelici che avevano contraddistinto gli album precedenti. L’utilizzo di strumenti etnici e insoliti provenienti da tutto il mondo, che era stata una delle cifre stilistiche proprie della band, diminuisce sensibilmente, le varie e multiformi percussioni sono rimpiazzate dalla ben più tradizionale e convenzionale batteria, si affacciano le prime sonorità legate al jazz, il piano nella poco convincente Restless Night e in Moon Hang Lo, e arrangiamenti pomposi come nella stucchevole Sunday Song, ma anche qui non mancano le cose pregevoli, legate all’universo folk: Banks Of Sweet Italy con le commoventi voci di Robin e Licorice, ma anche due composizioni di LeMaistre meritano considerazione My Father Was A Lighthouse Keeper che diventerà uno dei cavalli di battaglia dal vivo e The Actor, scritta con Robin, che come Sailor And The Dancer intrecciano melodie fascinose e attraenti. Finite le registrazioni anche Licorice lascia, si recherà in California restando legata al mondo della controcultura fino a quando farà, pare volontariamente, perdere ogni traccia di sé. E’ questo un periodo non particolarmente felice, qualche ano dopo Williamson dirà che sarebbe stato meglio concludere prima la storia dell’ISB, ma intanto nel 1973 fanno uscire “No Ruinous Feud”, che fin dalle prime battute dell’iniziale Explorer ci annuncia la svolta elettrica; il brano, cosa mai accaduta prima, è sostenuto dal drumming potente di B.J.Wilson, il disco è un eclettico assemblaggio di brani delle più diverse ispirazioni, troviamo lo swing in Old Buccaneer, il dixie in Weather The Storm, addirittura il reggae, sia pur riletto in chiave folk circense, in Second Fiddle, cover di Dirk Reid, la bossanova in Turquoise Blue, il country nella cover di Dolly Parton My Blue Tears, il tutto suonato con classe e professionalità, anche gradevole, ma senza anima.

Ma anche qui qualcosa di buono c’è, nel mix di tradizionali folk di Jigs e un pizzico della passata bizzarra follia rimane in At The Lighthouse Dance, probabilmente la loro prova più modesta. Alla fine di quell’anno la ISB farà la sua prima apparizione in Italia, se si eccettua il concerto di Torino citato da Reali, due date, una a Genova al teatro Alcione e l’altra al Goldoni di Napoli, date affollate e concerti belli: abbiamo assistito a quello di Genova, trascinante ed emozionante soprattutto nella riproposizione dei classici, mancava tuttavia quel senso di happening comunitario, di libera e felice follia dei tempi d’oro. Da notare una curiosità, il concerto di Napoli fu in buona parte occupato da un gran numero di spettatori provenienti da Palermo, città dove la band di Heron e Williamson godeva di una straordinaria popolarità e di un vero e proprio culto. Il 1974 segna la fine della gloriosa ISB con la pubblicazione di un album niente affatto disprezzabile, “Hard Rope & Silken Twine”, intanto il disegno di copertina di Wayne Anderson ci riporta a quel mondo intriso di magia, esoterismo, distorsione sensoriale, bizzarrie in cui convivono Alice nel Paese delle Meraviglie  e narrazioni mitiche e ancestrali e che ha costituito buona parte dell’immaginario della band.



L’album ha il suo punto centrale e culminante nei 20 minuti di Ithkos, brano epico e multiforme, il cui lo stile muta continuamente e che vede protagonista, accanto al flauto, al violino e alle tastiere, la chitarra elettrica in assoli di matrice prog, soprattutto il primo che introduce il canto dopo l’inizio che in sintonia col testo si richiama al folk greco. Un gran pezzo che accosta l’ISB al prog. Il resto non è all’altezza, arrangiamenti fin troppo mainstream, e qualche guizzo commovente di folk psichedelia come in Cold February e Dreams Of No Return. Ancora qualche mese e l’ISB non esisterà più, Heron e Williamson proseguiranno le loro carriere soliste, strade diverse che ogni tanto si intrecciano per miracolose e benedette reunion, di una di queste esiste una bella testimonianza nel cd “Bloomsbury 1997”, ma nulla sarà più come prima. Nel 1975 la Island pubblica l’antologia “Seasons They Change” che contiene la lunga, 16 minuti, inedita Queen Juanita And Her Fisherman Lover composta da Heron, un caotico affascinante mix di percussioni tribali, ritmi latini, folk e psichedelia, si tratta di una registrazione non destinata alla pubblicazione, che è stata inserita nella compilation dalla casa discografica all’insaputa dei musicisti. Spiriti erranti e vagabondi, sperimentatori di suoni e incantatori di anime, gli ISB hanno lasciato un’eredità preziosa che oggi ritroviamo nelle musiche di molti artisti come Joanna Newsom, Devendra Banhart, Fleet Foxes, ma hanno soprattutto contribuito in modo decisivo ad allargare gli orizzonti della musica rock, ad aprirli alle musiche provenienti dai luoghi più disparati del pianeta, sperimentando esperienze sonore inedite e impensabili con un’apertura mentale e una voglia di tentare strade sempre nuove davvero rara. Non a caso erano stimati da gente come Bob Dylan, Rolling Stones, Led Zeppelin. Ma gli ISB sono in primo luogo figli del loro tempo, e per questo ci sembra giusto concludere questo omaggio con il testo di una canzone di Mike Heron significativamente intitolata 1968, che non troverete negli album ufficiali, ma solo nelle raccolte di BBC Sessions “On Air” e “Across The Airwaves” e nel già citato “Bloomsbury 1997”, probabilmente composta intorno al 1970 e che molto ci dice sullo spirito che animava la band e sul rammarico per un recente passato felice che sta svanendo:

My friend the nights are longer
Do you think we're learning more?
Do you think we will be sure of all the song there is?
Did we step wrong somewhere?
Did we my friend?
Are we lost? Are we lost?
Are we lost, my friend?
You played your strings like they led to the truth
Sang your words like clear spring light
Let's do it one more time
And we'll keep the fire going
Bright sunshine in darkest night
We kept looking long
And we kept playing strong
The I-ching's talking soft
Warm hearts are getting thin
And the voice of water running cold
Still speaks so real to me
And I still love to see a rainbow

Amico mio le notti sono più lunghe
Pensi che stiamo imparando di più?
Pensi che saremo sicuri di tutto ciò che c’è nella canzone?
Abbiamo sbagliato da qualche parte?
Lo abbiamo fatto, amico mio?
Ci siamo persi? Ci siamo persi?
Ci siamo persi, amico mio?
Hai suonato le corde come se conducessero alla verità
Cantato le tue parole come la limpida luce primaverile
Facciamolo una volta di più
E manterremo vivo il fuoco
Sole splendente nella  notte più buia
Abbiamo continuato a cercare a lungo
E abbiamo continuato a suonare forte
L’I-ching che parlava sottovoce
Cuori caldi si stanno assottigliando
E la voce della fredda acqua corrente
Ora mi parla in modo così vero
E mi piace ancora vedere un arcobaleno


                                                            IGNAZIO GULOTTA


Questo articolo in collaborazione con Ignazio Gulotta é apparso originalmente sul sito Distorsioni il 22 dicembre 2013.